Giuseppe Possa: “Nel Pulviscolo dell’universo”
Questa silloge raccoglie quindici componimenti, frutti dell’elaborazione matura dell’autore. Un lungo percorso poetico denso e meditato, che affronta i temi della memoria, del tempo e del destino umano, sospeso nel grande respiro del cosmo. Prefazione di Rocco Cento, scrittore e poeta, che ha curato anche la parte grafica ed editoriale, inserendolo su Amazon, dove si può ordinare (40 pagine – 5,20 €):
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“Nel pulviscolo dell’universo” raccoglie quindici componimenti intensi e meditati, che tracciano un itinerario poetico sospeso tra la solitudine dell’individuo e la dimensione corale del presente. Dalle vette dell’Ossola — dove il silenzio sgretola le baite e richiama le voci del passato — fino al teatro drammatico della storia contemporanea, la voce di Giuseppe Possa si muove con misura e nitidezza. Accanto a una profonda tensione metafisica ed elegiaca, in cui l’esistenza si rivela nuda come un «fiocco di neve in mezzo alla tempesta», irrompe un lessico aspro, partecipe e spigoloso. È la lingua della denuncia civile, che rifiuta di edulcorare le macerie del nostro tempo e chiama la realtà con il proprio nome. Un volume denso e necessario, che invita il lettore a non spegnere la veglia e a cercare, nel ritmo del verso, la retta direzione dell’umano percorrere.
Questa silloge è stata sottoposta anche attraverso la prova del fuoco del Laboratorio di Scrittura Creativa di Domodossola, ideato e curato da Rocco Cento che ne ha saggiato la tenuta scenica/declamatoria dei testi e in forma di spettacolo teatrale (mediante gli artisti-lettori Mauro Belli, Maria Grazia Bergamasco, Marisa Castelli, Maya Mironova, Marina Oliva, Laura Savaglio) nella convinzione sempre più solida della necessità di ricercare nuove forme di proposta e fruizione della poesia.
Dalla prefazione di Rocco Cento
alla breve raccolta di poesie, “Nel pulviscolo dell’universo”, di Giuseppe Possa.
Nell’affidarmi questo manipolo di quindici componimenti, Giuseppe Possa non esprimeva la distanza formale della consegna editoriale, ma la confidenza bonaria di chi depone una parola viva nelle mani di una comunità di ascolto, avvertita prossima e amica. Portare questi versi all’interno del Laboratorio di Scrittura Creativa — uno spazio nato per investigare la parola non soltanto nella sua staticità sulla pagina, bensì anche nella sua natura drammaturgica, nella concretezza del dialogo, del corpo e della recitazione teatrale — ha significato sottoporli a una fondamentale prova del fuoco, verificando, su suggerimento dello stesso autore, se il suo florilegio poetico fosse capace di risuonare.
La risposta riposa nella stessa architettura di questa silloge, che fin dall’esergo e dal titolo, Nel pulviscolo dell’universo, dichiara il proprio duplice e febbrile movimento. Da un lato si incontra una costante tensione metafisica ed elegiaca: l’uomo è osservato nella sua condizione di «mortale soffio d’amore / e provvisoria immagine di luce» (Esergo), sospeso in un tempo che si logora e di fronte a una Natura ignava che lo colloca «tra un paradiso evaporato / e un inferno senza fiamma» (La Natura). In questa dimensione contemplativa, Giuseppe domina con misura gli strumenti della lirica classica. L’uso della metafora, dell’analogia cosmica e della personificazione serve a creare un’atmosfera meditata e distesa, dove il ricordo della madre in Ricordandoti o la memoria degli alpeggi muti dell’Ossola in Muta è ora la mia valle si trasformano in icone del destino umano, fino a percepire l’esistenza nuda come «fiocco di neve / in mezzo alla tempesta» (Nulla resta).
Tuttavia, proprio durante il nostro lavoro di lettura e confronto sui testi, è emerso un punto di frizione cruciale, che merita di essere raccontato. Soffermandomi su alcuni passaggi, ho ritenuto doveroso far notare a Giuseppe la ruvidezza quasi stridente di certe sue soluzioni lessicali. Laddove l’andamento del verso avrebbe fatto attendere la mediazione del simbolo o il filtro di un’immagine poetica più tradotta, irrompevano termini crudi, spigolosi, presi di petto dalla cronaca o dal lessico della polemica civile: «gerontocrazia» e «nepotismo» (In questi ultimi tempi), «la diretta streaming» delle guerre (In questi ultimi tempi), il «tornaconto» individuale (Regaliamo un fiore), o ancora la declassazione delle ambizioni umane a «luccicante ferraglia» (Nulla resta).
Posto di fronte alle mie osservazioni sulla spigolosità di questi lessemi ”non poetici”, Giuseppe non ha esitato. Con la fermezza di chi conosce la direzione della propria scrittura, ha rivendicato l’intenzionalità profonda di quelle scelte: nessuna disattenzione di lima, nessuna caduta casuale di tono, ma la volontà precisa di adoperare una lingua aspra e ruvida. Giuseppe ha rifiutato di ”poetizzare” il male o di addolcire le torture del presente attraverso lo schermo della metafora. Trasfigurare quei concetti avrebbe significato, in qualche misura, assolverli o ammantarli di una patina decorativa; usare la parola nuda e diretta significava invece smascherarli e chiamarli con il proprio nome.
Nel confronto tra il registro alto delle figure retoriche e l’irruzione di questi vocaboli di rottura, si svela così la vera natura della sua silloge. La parola si fa qui pietra, contrazione muscolare, denuncia che rompe l’incanto contemplativo per richiamare il lettore — e chi recita — alla responsabilità della storia. È la medesima spinta che anima le tensioni geopolitiche di Vae Victis o l’invocazione di Il poeta, dove si chiede con forza di strappare l’artista dal suo «candido / giaciglio di nuvole» (Il poeta) per farlo scendere nella polvere e nell’asfalto, tra le ferite vive della carne e del sangue.
Le quindici poesie raccolte in questo volume tracciano così un itinerario completo: dalla solitudine dell’individuo alla dimensione corale della comunità, dal silenzio cosmico alla parola pronunciata a gran voce. Averle accompagnate nella loro genesi e nell’impaginazione di questa edizione è stato un privilegio umano e intellettuale. Al lettore resta ora il compito di varcare questa soglia, ascoltando nel ritmo di questi versi non soltanto la voce di un autore, ma l’eco di una ricerca spartita tra coloro che ricercano il senso, la retta direzione dell’umano percorrere.
Rocco Cento
Domodossola, settembre 2026

Rocco Cento e Giuseppe Possa
Giuseppe Possa è nato a Domodossola nel 1950. Pensionato. Oltre a esercitare la propria professione, si è sempre interessato di critica letteraria e d’arte. Con il poeta Gianni Pre ha dato vita alla rivista “Controcorrente” di Milano; in passato ha collaborato al settimanale Eco-Risveglio Ossolano e alle riviste: Alla Bottega, Nuove Prospettive, Cultura Oggi, Controcampo, Silarus, Logos e altre. Attualmente collabora a “Il Rosa”. Ha dato alle stampe i libri di poesie: “Poi vivi nel nulla”, (1976); “Forse non più per molto”, (1978); “Rovi sul muro”, (1982), “Quotìdome” (1985), ristampato nel 1998. Nel 2023 ha pubblicato “A tempo libero”, note e recensioni letterarie e d’arte. Ha curato e presentato cataloghi, libri e pubblicazioni varie di letterati e artisti. Ha collaborato, scrivendo tutti i testi critici, alla stesura dei volumi “Nuova Arte” dell’Editoriale Giorgio Mondadori-Cairo Editore (nell’edizione del 2003 con Enzo Fabiani e in quelle dal 2004 al 2011 con Paolo Levi, nel 2015/16 con Carlo Motta). Cura su Altervista il suo blog di arte e cultura “A tempo libero”.
Rocco Cento, ideatore e curatore del Laboratorio Scrittura Creativa, è nato a Domodossola nel 1954. Poeta e scrittore, ha pubblicato i libri di poesia “Bevo il sole dal mio calice (1986), “Come la primavera” (1988), “Scritture” (1999), “Assiomi” (2022), “Novecento (2022); i romanzi “Vietato morire” (2020), “Affinità criminali” (2020), “Coquinaria” (2021), “Il corvo” (2022) e altri volumi.