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“Sinfonie stonate” di Fausta M. De Rosa

Disavventure tragicomiche di una ragazza molto seria
Edito dalla Goccia di Casale Monferrato – 140 pagine – € 13

C’è una donna che prova a mettere ordine nella sua vita e incontra solo dissonanze, diventando la scrittrice che le dà voce con ironia, tenerezza e coraggio. Sinfonie stonate è il ritratto di una vita che non si lascia incasellare. Ed è proprio per questo che sorprendentemente ci parla così da vicino.
Il libro di Fausta De Rosa è stato presentato per la prima volta al centro Culturale La Fabbrica di Villadossola da Antonella Marangoni e Alessandro Chiello.

 di Giuseppe Possa

In un tempo in cui l’autobiografia sembra diventata un genere di massa – tutti scrivono di sé, spesso con la patina lucida dei social o con la prudenza di chi vuole raccontarsi senza davvero esporsi – Sinfonie stonate di Fausta De Rosa arriva come un gesto controcorrente. È un memoir romanzato che non teme la nudità, la crudezza, l’ironia, e soprattutto non teme di essere “imperfetto”. Anzi: è proprio questa imperfezione, dichiarata e rivendicata, a renderlo sorprendentemente necessario.
Fausta sceglie di raccontare la vita di Clara, alter ego trasparente e insieme personaggio letterario, attraverso una serie di capitoli che sono più “movimenti” che episodi: brevi “sinfonie stonate”, appunto, dove ogni nota è una disavventura tragicomica, un inciampo, una ferita che brucia e subito dopo fa sorridere. Non c’è una trama lineare, non c’è un arco narrativo tradizionale: c’è una vita che procede per scarti, deviazioni, cadute, riprese. Una vita che non si lascia incasellare, ma che si può raccontare solo così, a frammenti, come si fa con le cose vere.
La forza del libro sta proprio in questa struttura sincopata. L’infanzia selvaggia, la sorella‑eco scomparsa improvvisamente e rimasta come una ferita profonda, la bambina sempre prima della classe, la ragazza che sogna di farsi suora, la giovane contestatrice e femminista, e poi gli amori sbagliati, i lavori precari, le famiglie ingombranti, gli amici intermittenti, le terapie, i gatti, le solitudini dignitose del sabato sera: ogni capitolo è una piccola confessione che non cerca assoluzione, ma complicità.
Clara è una “ragazza molto seria” che tenta di far quadrare la vita come una partitura perfetta e invece colleziona note fuori tempo, accordi sbagliati, improvvisazioni disperate. E Fausta – che racconta in terza persona ma nel finale si rivela in prima – ha il talento raro di trasformare queste stonature in musica “narrativa”.
L’ironia che consola
La parte più riuscita del libro è forse quella divertente, perché non è mai comica davvero: è un’ironia che nasce dall’imbarazzo, dalla goffaggine, dalla sproporzione tra ciò che Clara vorrebbe essere e ciò che la vita le restituisce. Le sue disavventure sentimentali, gli uomini “a tempo determinato”, gli amici altalena, le risposte che arrivano tre ore dopo, i tentativi di sembrare una donna seria che finiscono con un inciampo sul tappeto: tutto è raccontato con una leggerezza che non è superficialità, ma pudore. Leggendo, si ride. E subito dopo si pensa: “meno male, non sono l’unica/o”.
Fausta – attraverso Clara – riesce a fare ciò che pochi autori sanno fare: trasformare le proprie disfatte in un luogo di riconoscimento. Non c’è compiacimento, non c’è vittimismo. C’è la grazia di chi sa che la vita è bizzarra, e che nel ridicolo si nasconde una forma di verità.
L’amaro che resta sotto la pelle
Ma sotto la risata c’è il filo teso. Clara ride per non piangere, e il lettore lo avverte. Ogni nota stonata è una piccola sconfitta che ha dovuto assorbire da sola: la paura di non bastare, di non essere scelta, di “suonare” sempre fuori tempo rispetto alle aspettative degli altri. È qui che il libro diventa più profondo: quando la comicità si incrina e lascia intravedere la fragilità, la fatica, la solitudine. La tenerezza, in queste pagine, è più forte dell’ironia.
Fausta non si mette in cattedra: si mette a nudo. E questa nudità è il vero valore del libro. Nel raccontarsi, permette al lettore di riconoscersi, di sentirsi meno solo nelle proprie imperfezioni.
Una voce femminile che nasce dall’Ossola ma guarda lontano
La scrittura di Fausta è ironica, pungente, tenera. Ha qualcosa delle voci femminili contemporanee – in un certo senso, anche se in modo diverso, si potrebbe evocare Viola Ardone, per la capacità di mescolare intimità e storia, per la naturalezza con cui setaccia e rielabora i propri ricordi – ma con un’ironia ossolana, concreta, terrena, che rende tutto più vicino. Clara non è un’eroina da romanzo rosa: è una bambina selvatica che parlava con gli alberi, una donna che ha cercato l’amore nei posti sbagliati, una madre imperfetta, una collezionista di cicatrici invisibili. Una figura pirandelliana, più sorprendente della fantasia.
Un libro da comodino
“Sinfonie stonate” è un libro da tenere sul comodino, da leggere a piccoli sorsi, da sottolineare quando trovi la tua stessa stonatura scritta da un’altra. È un racconto che evita il colpo di scena, cercando la verità emotiva. E la trova. Perché, come scrive l’autrice, “la vita non è una sinfonia perfetta. È una serie di note sbagliate, ma suonate con il cuore”.
Tra le pagine più riuscite spicca il capitolo dedicato al “Collettivo delle DEE”, un gruppo di artiste che richiama un programma culturale ideato dall’autrice e trasformato in un evento con un “coro” femminile di amiche, vivace e dissonante. Ci sono la visionaria, la pittrice, la narratrice fotografa, l’attrice teatrale, la ballerina cantante, l’intellettuale a tutto tondo e “faccia”, l’elevatrice zen dell’insieme; e ancora quella che voleva sempre coinvolgere i bambini, ma che la morte ha portato via troppo presto; quella sempre pronta a dare una mano ovunque; quella che semina domande. Una “banda” di muse che Fausta descrive senza mezzi termini e che Clara, la protagonista, riesce a tenere insieme come un direttore d’orchestra di talenti e di fragilità: fragilità che spesso coincidono con gli ego vibranti, delicati, sottilmente competitivi, di ciascuna.
Ognuna di loro, con ironia affettuosa, restituisce un ritratto di Clara: la “dea madre”, paragonata da una di loro a un Ferrero Rocher, “con un interno delizioso, ma occhio alla nocciola”. È un’immagine che dice molto: Clara è insieme nutrimento e corazza, dolcezza e difesa, centro e periferia del gruppo. E Fausta, attraverso lei, riesce a orchestrare questo coro di voci senza mai perdere la misura, lasciando emergere tanto la forza quanto le qualità artistiche di ciascuna.
Conclusione
Fausta De Rosa, al suo esordio, dimostra una voce già matura, capace di mescolare comicità e malinconia, confessione e invenzione, autobiografia e romanzo. Se questo libro è davvero – come promette l’autrice – l’inizio di una serie, allora Fausta, immedesimandosi in Clara, ha ancora molte “stonature” da regalarci. E noi, lettori imperfetti, abbiamo ancora molto da riconoscere in lei.

Giuseppe Possa

Fausta De Rosa e Giuseppe Possa

Fausta De Rosa nasce a Domodossola nel 1963, e fino alla scuola materna vive con i nonni a Beura Cardezza, un paesino limitrofo. Con l’inizio del percorso scolastico torna a vivere con i genitori; dopo le elementari frequenta la sezione femminile del Collegio Rosmini dove maturano dapprima la volontà di farsi suora e in seguito il conflitto interiore con la Chiesa. Lo studio delle lingue straniere la porta a trascorrere periodi di tempo all’estero, anche in luoghi non consueti come l’Iraq durante la costruzione di Mosul. Amante dei viaggi e stimolata dalla conoscenza di diverse culture, la vita l’ha intrappolata in Ossola, dove si è dedicata all’insegnamento, alla contabilità e all’informatica. Ha ricoperto incarichi nell’amministrazione di Enti Locali con riferimenti all’istruzione, alla Cultura e alle Pari Opportunità. E’ consigliera Comunale di Villadossola con delega alla Cultura. Da un anno a questa parte ha scoperto la scrittura come modo per portare alla luce i suoi mostri interiori.