A Tempo Libero

Note e recensioni letterarie e d'arte

articolo

Gabriele Cantadore: un eco-pittore tra arte e archeologia del presente

L’artista di Vigezzo – definito “un eco-pittore incompatibile con i nostri tempi, cresciuto tra animali e baite, che malinconicamente mitizza con un ultimo urlo attraverso la sua pittura” – dopo il successo delle opere esposte nella sala civica di Bergamo (via Borgo Santa Caterina, 33) nel dicembre 2023, sta preparando una mostra antologica sulla sua intera produzione artistica, accompagnata da un nuovo catalogo, dopo i tre pubblicati in precedenza: “Alp underground”, “Asocial” e “Ajuto”.

Pubblico qui di seguito il saggio che gli ho dedicato sul mio libro “A Tempo Libero” (pag. 250, Amazon – 2023)

Gabriele Cantadore di Giuseppe Possa

Gabriele Cantadore in questi travagliati anni Venti ha dato alla stampa due cataloghi delle sue opere. I lavori della ricerca che corredano il primo volume, “Alp underground” (pubblicato nel 2020, con le sue opere fotografate da Marcello Francone), si potrebbero considerare come una sorta di “archeologia del presente”: uno scavo continuo nel serbatoio delle percezioni emozionali, sedimentate nella memoria collettiva locale, che appartiene al nostro passato, che purtroppo sta perdendo la propria identità, ma indagato e “reimpostato” in relazione al “qui e ora”.
L’artista, infatti, sembra raccogliere dentro di sé simili energie antiche, che lo spingono a impastare sui supporti queste ritagliate, scolpite, geometricamente stilizzate, figure di mucche, asini, pecore, capre. A lui piace, come afferma, “ritrarre” il bestiame; forse, un ritorno alla sua infanzia, quando da bambino saliva all’alpe e quindi un desiderio inconscio di mettere in risalto questo valore.
La presenza umana è quasi superflua, sottintesa, anche se qua e là appare con sfuocate immagini ridotte a puro effetto grafico o semplice traccia di ombre. Gabriele aggiunge che non è necessaria, anzi, là ove ha inserito donne o uomini paiono pressoché bloccati, simili a roccia, mentre gli animali li fa scorrazzare, saltellare, liberamente.
Di questa cultura alpina, del lavoro negli alpeggi, rimangono solo le testimonianze e i materiali in disuso, che hanno perso la capacità di assolvere il compito a cui erano destinati e ora utilizzabili solo per “un’arte povera” o per i musei che conservano tutto il malessere di tale ormai triste realtà: muri che cadono – con le travi, le piode, la ferraglia – all’interno delle baite che l’uomo lentamente ha abbandonato alla decadenz
Tutto ciò costringe i lettori di questo catalogo a un diretto confronto con l’oggi e con le sue problematiche anche sociali; dall’altro, di interpretare le immagini che sembrano quasi icone fuori del tempo, seppure per ora a noi ancora familiari.
Sin da principio la ricerca estetica di Cantadore si caratterizza per il recupero delle radici “arcaiche”, che sono poi alla base della sua stessa espressione plastica. Così le sue opere, ora composte con legni, pietre, sabbia, cenere e amalgamate con bruciature di plastica, cellofan, plexiglass, sono capaci di dialogare, come pitture rupestri, per quel conservare intatto il loro mistero, sfuggendo a qualsiasi tentativo di chiarimento, restando ipotetici i significati e i motivi della loro esecuzione.
Sta forse proprio in questo, a mio avviso, la magia di tali ardite composizioni dai colori ombrosi, freddi o caldi, spesso dolorosi; molte venute alla luce durante il “Codiv 19”, come lui stesso afferma: «Durante il periodo di solitudine dovuto al “coronavirus”, ho avuto l’opportunità di lavorare molto, di sperimentare, però, sfruttando e utilizzando solo quello che avevo in studio, in quanto impossibilitato, a causa delle prescrizioni imposte, ad allontanarmi dal paese per fare acquisti. Ho avuto modo anche di riflettere sulle cose essenziali della vita: per mangiare bisogna coltivare la terra. Mi sono concentrato pure sull’acqua, sul fuoco; su spiritualità contrapposte tra l’angelo e il diavolo, tra il bene e il male; sulla conoscenza della materia con la sua sorda, confusa e contraddittoria vitalità».
Cantadore ha raffigurato il bestiame, qui evocato in trasparenza, scavato o applicato a “silhouette” nei quadri, come se si trovasse nel proprio “eden” esistenziale, reso però buio dall’aridità di una magmatica combustione plastica senza luce e lacerata da bruciature fulminee, a rappresentare l’abbandono delle terre di montagna, di un’esistenza che grazie agli allevamenti di bovini, ovini o caprini ha permesso alle civiltà alpine di sopravvivere in una dura realtà, tuttavia straordinariamente pregnante e vivace.
I materiali “poveri” più disparati impiegati da Gabriele – intesi nel loro “recupero” funzionale, da utili per uno scopo concreto a trasformazione artistica – finiscono per esprimere precisi valori di comunicazione, attraverso graffiti, segni primitivi o archetipi, tracce che rivelano, appunto, presenze di animali e di incerte presenze umane. Valori espressivi, dicevo, in quanto mettono in risalto la “necessità interiore” dell’artefice di queste stesure quasi monocrome, il quale in pratica, evidenziandone la continuità, ne indica un impiego nuovo.
Forse, viene smitizzata l’arte cromatica e “en plein air” vigezzina precedente, ma si avvicina alla realtà di oggi, simbolica e allegorica: sulle montagne abbandonate dall’uomo, la natura si riprende il suo spazio selvaggio e i suoi animali selvatici.
Cantadore, a mio parere, ha cercato e sta proponendo una rinnovata poetica, una “poetica altra”, che sia ricordo e partecipazione, le cui caratteristiche principali sono rispettivamente rappresentate dalla macchia in forma pastosa e dal segno incisivo, dal fuoco e dall’acqua, dalla terra e dall’etereo: fedele testimonianza della fine di una cultura alpina, per la quale l’autore ha qui fuso, in simboli visivi, immagini della natura, della memoria e dell’inconscio. Mentre i colori splendenti, dei vigezzini del passato, come per metamorfosi, li ha sostituiti con le tinte delle ferite buie dell’anima contemporanea.

Questo secondo catalogo “Asocial”, con le opere di Gabriele Cantadore (pubblicato nel 2022, sempre con le fotografie di Marcello Francone), l’artista di Vigezzo prosegue nel mettere in evidenza l’articolata produzione, dove tra la vetustà dei materiali scelti, strappati, lacerati, bruciati o liquefatti e tra tonalità scure, con predominio del nero, si demarcano, protagonisti quasi esclusivi, gli animali domestici, d’allevamento o selvatici, che dal centro spesso dominano i larghi fondali da cui le figure emergono. Importanti nella realizzazione della sua arte sono i supporti che impiega: lamiere, plexiglass, cartongesso, legno o altri materiali di recupero. Su tavole Gabriele incolla, inoltre, juta, carta catramata, cellofan e mescola colori acrilici, bitumi, plastica bruciata.  Dentro quel magma lavico che si forma, egli intarsia, ritaglia, incide o “depone” immagini di bestiame; quindi, sovrappone e impone le sue tracce utilizzando sabbia o scavando segni, linee e graffi.
I suoi quadri paiono primordiali: contengono sagome arcane, con energie sprigionate da una natura germinativa, pastosa, grumosa e intricata in un vortice materico di cromie terrose e laceranti, amalgamate con gesti fisici istintivi, quasi ritmati da una tensione vigorosa che parla al cuore. Sono creazioni dettate dalla necessità di una sua spontanea ricerca. È pittura lavorata, combusta, barbarica, aformale, che ricalca, in maniera comunque differente, le bruciature di illustri maestri, ma dove i segni arcaici e le figure sono ben evidenti e personali, per quell’aura che li circonda, distinguendoli da tendenze stilistiche precedenti.
Qui, infatti, pur nella somiglianza della scelta dei materiali strappati, lacerati, infiammati o fusi, le opere di Cantadore contrastano nelle variazioni cromatiche di altri modelli e soprattutto nei soggetti. Questi più che nella direzione dell’informale – in stesure quasi monocrome che ricordano vaghe forme geometriche, misteriosi tratti invisibili, che si notano in vecchie baite, e colori terrosi, freddi o caldi ma dolorosi – richiamano radici arcaiche, segni di presenza dei valori umani antichi che l’autore sembra sentire dentro di sé, simili a ferite interiori. Di questa “cultura” montana e del lavoro nelle baite, nelle casere, nelle stalle negli alpeggi, rimangono solo testimonianze di cose od oggetti casalinghi oggi in disuso, ed è tale passato che l’artista ci vuole ricordare, per farci riflettere sulle nostre origini.
Cantadore propone un serrato e dialettico confronto con la vita alpina di un tempo, recuperando materiali abbandonati di una civiltà praticamente sparita, a cui egli dà simbolo di catarsi, quasi per ritrovare, attraverso un atto creativo, la gioia di continuare a vivere nella nuova realtà contemporanea. Si scorgono così nelle sue opere, tra astratto-informale e figurativo, un’aderenza all’oggi, ma, nel contempo un’asocialità con un mondo che per l’indiscriminato uso dei social e dei mezzi informatici sembra aver perso umanità ed emozioni. Ecco allora che i suoi sentimenti “appartati” diventano “infiammabili” e si liberano, rendendo manifesto il senso del dipingere dell’autore; una creatività, la sua, che è pensiero e azione “incandescenti”, carichi di plasma cromatico ombroso.
Come ho già ribadito nel presentare una sua mostra precedente, forse, viene qui smitizzata l’arte locale, perché Vigezzo prima d’essere un “luogo geografico” è la “valle dei pittori”, splendente di colori colti “en plein air”, ma questa tradizione Gabriele, con le tinte simboliche e allegoriche delle ferite buie dell’anima di oggi, l’avvicina alla nuova realtà: sulle montagne abbandonate dall’uomo, la natura si riprende il suo spazio selvaggio e i suoi animali selvatici. È così che nella sua parabola creativa, l’esterna “asocialità” dell’artista si trasforma in un’interna commozione che prosegue nell’opera o, meglio ancora, come opera… in pratica, un proseguimento del suo stato d’animo nelle mani in cui tiene gli attrezzi, dai pennelli e pennellesse alle spatole, dai falcetti e accette di varie misure, fino alle motoseghe, ai trapani, ai cannelli con bombole a gas e ad altri utensili.
Il suo “esplosivo” fare, per concludere, non penso sia del tutto estraneo all’azione viscerale e gestuale, volutamente irrazionale e istintiva, in senso fisico, di alcuni suoi maestri ideali, ma la sua azione pare pienamente razionale: lo mostra un suo “rituale” procedere, quasi un legame mistico con il passato della sua Valle. Infine, le emozioni che Gabriele Cantadore manifesta nelle proprie opere trascinano i visitatori ad apprezzare il suo mondo interiore e complesso. Ed è così che nel suo essere “asociale”, chiuso e introverso, si scopre un uomo nella propria intimità, colma di umanità disarmante e di intensa passione creativa, rendendo visibile e partecipe la ragione per la quale dedicandosi all’arte riesce a sentire, accanto a sé, la sua gente e la sua terra.

Giuseppe Possa

(Giuseppe Possa e Gabriele Cantadore)

[Gabriele Cantadore è nato a Domodossola nel 1977, vive a Toceno con la moglie, una figlia e un figlio. È un artista che si esprime con varie tecniche miste tra figurativo, espressionismo, astratto informale e collage. Negli ultimi anni, su supporti di recupero, incolla, assembla, amalgama, materiali vari, con bruciature di plastica, cellofan, plexiglass, e dentro quel magma lavico che si forma egli intarsia, ritaglia, incide o “depone” immagini di bestiame; quindi, sovrappone e impone le sue tracce utilizzando sabbia o scavando figure, segni, simboli, linee e graffi. Ha esposto le sue opere in apprezzate gallerie italiane e grande successo ha ottenuto una sua personale a Granada in Spagna. Gli sono stati conferiti alcuni premi e riconoscimenti oltre i propri confini ossolani. Le sue opere sono state catalogate in una prima pubblicazione del 2020 “Alp underground” (con fotografie di Marcello Francone, con testi di Mario Borgnis, Alberto Clemente, Tiziano Ferraris e con la mia presentazione: “Incontro con Gabriele Cantadore nel suo studio “fucina”) e in una seconda “Asocial” del 2022 (con fotografie di Marcello Francone, con testo di Mario Borgnis e con la mia presentazione: “Gabriele Cantadore: asocial”.]

Giuseppe Possa: “A Tempo Libero” (Amazon, Italia -Novembre, 2010 – pag. 250 – € 12
https://www.amazon.it/Tempo-Libero-recensioni-letterarie-darte/dp/B0CJ4CWQ5V