Gaetano Griggi (Domodossola 1925 – 1983): il pittore da (ri)scoprire
Mostra retrospettiva di Gaetano Griggi (1925-1983)
a Santa Maria Maggiore (VB) Valle Vigezzo –
presso il Centro Culturale Vecchio Municipio,
dal 4 al 19 luglio 2026
Inaugurazione: sabato 4 luglio, ore 18.

A cura delle figlie Laura e Mariangela. Presenta Giuseppe Possa (che lo ha riscoperto con la collaborazione dei familiari) con il patrocinio del Comune
Orari di apertura: da Lunedì a Venerdì: 10/12 e 16.30/19; Sabato e Domenica: 10/12; 16.30/19; 20.30/22 – Ingresso libero
Una mostra che è, prima di tutto, una ri-scoperta. Una retrospettiva dedicata a Gaetano Griggi, pittore ossolano appartato e sorprendentemente prolifico, rimasto per oltre quarant’anni lontano dai riflettori. L’esposizione, curata dalle figlie Laura e Mariangela, porta finalmente alla luce un patrimonio artistico rimasto quasi interamente inedito: tra i millecinquecento e i duemila dipinti, conservati fino a oggi nelle case dei familiari.
Ha dipinto circa duemila quadri – paesaggi, nature morte e qualche ritratto – con uno stile tradizionale, rimanendo ai margini dell’arte ossolana ed esponendo in poche collettive e in una sola personale. Visse sempre a Domodossola, con i suoi “buen ritiro” a Druogno e Smeglio di Crodo.
di Giuseppe Possa

Il pittore che parlava con la natura
In un angolo dell’Ossola, dove le montagne si stringono nel respiro dei boschi, visse un uomo affabile e gentile, determinato nel modo di concepire la realtà, e animato da una grande passione per la pittura: Gaetano Griggi. Pur essendo socievole e privo di preconcetti,
dipingeva quasi sempre in solitudine, immerso nel silenzio della natura, che per lui era un rifugio, un suo paradiso esclusivo. Con spontaneità e amore, sapeva cogliere la bellezza nascosta: nelle le pieghe di un prato, nel riflesso di un laghetto alpino, nel profilo austero di una baita.
La sua arte, appresa da autodidatta e nutrita da un repertorio figurativo tradizionale, fu un dialogo sommesso con la visione montana, soprattutto della Valle Vigezzo e Antigorio, ma pure della Valle Formazza con le sue dighe e i panorami di ampio respiro; del Veglia e le vallate laterali, dove i genitori lo mandavano d’estate per “cambiare aria”; dei paesi suggestivi della Valle Anzasca, fino a Macugnaga, davanti all’imponenza del Monte Rosa; della Valle Antrona con Cheggio e dell’alta Valle Bognanco col Monscera e i laghetti di Paione.
Griggi era innamorato dell’Ossola, che conosceva in lungo e in largo, anche per motivi di lavoro. La Val Grande, allora più selvaggia di oggi, per la mancanza di sentieri puliti e indicazioni, la percorreva per giorni interi, da solo, in compagnia del suo cane da caccia.
Nei suoi quadri si avverte la raffinatezza dei toni e delle vibrazioni atmosferiche di questi luoghi, quasi con una motivazione mistica e sentimentale. Nei lavori migliori, senza clamori, emergono l’accuratezza delle pennellate vibranti e genuine, l’efficace cromatismo e la capacità spontanea di cogliere le prospettive con lo sguardo all’orizzonte.
Profilo biografico artistico
Nato nel 1925 a Domodossola, Griggi crebbe tra le montagne e il ritmo lento delle stagioni, imparando a conoscere il legno, la pietra, la luce, trasformandoli in strumenti di vita e arte. Artigiano esperto, costruì le case di Druogno e di Smeglio a Crodo, rifugi e laboratori che divennero luoghi di vita e di visione, pur vivendo sempre a Domodossola. Uomo discreto, aiutava chi poteva e parlava poco, ma coltivava una profonda vocazione per la pittura, che solo pochi intimi ebbero modo di apprezzare.
Diplomato Perito Industriale, nel 1944 entrò nella Resistenza, nel raggruppamento partigiano della Divisione Patrioti Valtoce.
Dopo la guerra fondò un’azienda specializzata in banchi frigoriferi e arredi per bar e negozi, diventando leader nella provincia di Novara fino agli inizi degli anni Sessanta. In seguito, si dedicò nella costruzione e gestione di diverse proprietà edilizie tra Domodossola, Casale Corte Cerro, Druogno, Smeglio di Crodo, Craveggia e Bugliaga.
Nel 1954 sposò Marianna Cerri (Marisa) di Domodossola (classe 1931), pianista diplomata al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e insegnante di musica al Collegio Rosmini di Stresa e di Domodossola, oltre la scuola media statale. Dal matrimonio nacquero Laura (1955) e Mariangela (1965).
Accanto al lavoro e alla pittura, coltivò passioni per la musica classica, la lettura di libri d’arte, le visite a pinacoteche e musei. Saltuariamente, praticava la pesca, da cui traeva ispirazione per i suoi quadri.
La pittura, iniziata da ragazzo, divenne via via centrale: non cercava approvazioni né mercato, dipingeva per sé, spesso senza firmare i lavori, forse perché li considerava quadri da rivedere e migliorare. Regalava qualche opera ad amici e parenti, ma non parlava mai della sua produzione, quasi fosse un segreto condiviso solo con la natura.
Espose in poche collettive – nel 1973 al Nona Cia di Domodossola (“Pittura ossolana degli anni Settanta”), nel 1974 a Domodossola per il centenario del Collegio Mellerio Rosmini – e in una sola mostra personale, a Intra, all’Accademia Passarella.
La sua esistenza fu segnata da una quotidianità sobria, da gesti misurati e pensieri profondi, da una solitudine voluta, mai subita. <<La natura>> ricordano le figlie, <<era la sua compagna e musa. Non conosceva la nostalgia, né il rimpianto di cose non dette o non fatte. Nelle sue rappresentazioni non c’è malinconia o tristezza: viveva il presente con entusiasmo e determinazione, progettando il futuro, pur avendo sperimentato momenti di intenso dolore e preoccupazione>>.
Nel tempo libero, camminava tra i boschi, osservava torrenti, saliva agli alpeggi, si lasciava catturare dai paesaggi e poi dipingeva con spigliatezza e spontaneità all’aperto o a casa. Non per mestiere, ma per necessità interiore.
La sua opera, vasta e coerente, conta circa duemila quadri realizzati in poco più di trentacinque anni, quasi tutti ancora oggi custoditi nelle case dei familiari, moltissimi stipati in cassepanche. Morì prematuramente nel 1983, a 57 anni, per un male incurabile.
Temi e stile

Griggi dipinse soprattutto paesaggi dell’Ossola: montagne severe e protettive, prati aperti, baite, architetture umili radicate nella terra, chiese, oratori, cappelle votive, angoli nascosti e suggestivi. Le sue vedute, dalla spazialità ariosa e fedeli alla morfologia dei luoghi, erano eseguite all’aperto, di getto, seguendo l’emozione del momento. Con luce e colore cercava di cancellare le brutture dell’uomo, restituendo la natura intatta. Talvolta, raffigurava greggi o animali selvatici; altre volte poneva alberi al centro ideale della scena, con le foglie accese di colore e aria che sembra circolare tra i rami; oppure casolari abbandonati, ormai privi della presenza umana. In alcuni quadri i cieli luminosi e soleggiati riempiono il cuore di gioia.
Accanto ai paesaggi – soprattutto quelli autunnali, vibranti di cromie mutevoli – realizzò nature morte intime e raccolte, rese in toni caldi e in un gioco di luci e ombre, legate all’ambiente locale: frutta, funghi, pane e formaggi, salumi, fiori ancora freschi di rugiada, oggetti quotidiani in cerca di equilibrio e silenzio. Più rare le figure di persone e animali domestici o i ritratti, sempre discreti e privi di teatralità.
Si contano – come ricordato – circa duemila opere, vere e proprie “finestre” aperte su temi molteplici e mutevoli, spesso ripresi più volte e raramente accompagnati da un titolo. È un universo pittorico che sfugge a ogni schema di catalogazione e si lascia leggere soltanto nella sua totalità: un diario visivo istintivo e vissuto.
La tecnica, appresa in proprio, era prevalentemente a olio, su compensato o tela, con uno stile vicino a quello di Bossone o Stringara, ma con un tono personale e spontaneo, sempre rispettoso del vero. Dipingeva con pudore e rispetto, per necessità interiore, non per ambizione.
<<Lo storico dell’arte Wilhelm Waetzoldt affermava che il pittore innato non vede prima la forma e poi il colore, ma vede i colori con la forma e le forme colorate tutto in uno: così concepiva la pittura nostro padre>>, ricordano le figlie.
Frequentò, insieme a Maria Pianzola, corsi di nudo e nature morte all’Accademia di Brera e, di tanto in tanto, dipinse “en plein air” accanto ad artisti come Carlo Bossone, Rino Stringara, Antonio Vandini, Renato Oliva, Alessandro Giozza e Silvano Battistotti. Ebbe contatti anche con Antonio Calderara, artista di respiro europeo, che lo colpì profondamente. Dialogava di arte con Angelo del Devero e, spesso, con Giuliano Crivelli, pittore e insegnante di musica, collega della moglie. Ogni incontro risultava breve, ogni conversazione misurata, ma sempre intensa e ricca di significati.
Eppure non volle mai aderire a correnti o movimenti: la sua pittura rimase radicata nella terra e nella sua interiorità. L’opera di Griggi è contemplazione e resistenza: un diario visivo che restituisce un mondo armonico, privo di conflitti, dove la bellezza semplice diventa simbolo di pace e serenità. Non spettacolo, ma presenza; non ricerca di approvazione, ma custodia di un sentire profondo: un tesoro nascosto, autentico e luminoso.
Una mostra e un catalogo come riscatto: la voce che ora risuona
Oggi, nel riscoprire le sue opere, ci si accorge che non sono solo quadri: sono luoghi in cui tornare. Tornare a noi stessi, alla natura, a ciò che davvero conta.
Le due mostre, che saranno allestite quest’estate in Valle Vigezzo – a Santa Maria Maggiore e a Toceno – accompagnate da un catalogo, non vogliono semplicemente essere una raccolta di immagini ossolane: alberi, sentieri, ruscelli, cime rocciose illuminate dal sole, monti innevati, campanili svettanti, stalle e casere scandite dal ritmo delle stagioni o nature morte e qualche ritratto. Sono il gesto affettuoso delle figlie, insieme ai loro familiari, che vogliono dare finalmente voce all’opera del padre: un artigiano e pittore che scelse il silenzio, ma che merita di essere conosciuto e riconosciuto. È il riscatto di una vita vissuta nell’ombra, ma illuminata dall’arte.
Gaetano Griggi dipinse per sé, per la sua terra, per il suo cuore, raggiungendo una dimensione di estrema sintesi, segnata dalla precisione e dall’eleganza del tratto. Le sue creazioni rivelano l’abilità e la sensibilità dell’artista, mettendo in luce una padronanza e una profondità di autentica visione emotiva.
Ed è proprio per questo che la sua arte ci parla con una forza suadente e con una sincerità che commuove: perché oggi è stata (ri)scoperta come merita.
