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“Incubi & Dintorni”: mostra personale di Massimo Cerutti

Massimo Cerutti esporrà le sue opere nella sua prima mostra personale “Incubi & Dintorni” nelle sale mostre “La Motta”, piazza Fontana, di Domodossola da sabato 3 ottobre (inaugurazione ore 11) a domenica 11 ottobre 2026. Orari: da lunedì a venerdì 16-19; sabato e domenica 10-19. Ingresso libero.

di Giuseppe Possa

Ci sono artisti che arrivano alla pittura come folgorati da una rivelazione improvvisa, e altri che vi giungono lentamente, passo dopo passo, come chi sale un sentiero di montagna senza fretta. Massimo Cerutti appartiene a questa seconda stirpe: quella degli artigiani dell’immaginazione, che prima imparano a misurare il mondo e solo dopo a reinventarlo. Coriaceo come un alpino – lo è stato davvero, e il cappello appeso nel suo studio lo ricorda e lo ha anche dipinto – ha costruito il proprio linguaggio visivo con la pazienza di chi sa che ogni gesto richiede tempo.
La sua mano nasce sul tecnigrafo: linee esatte, geometrie disciplinate, la severità del mestiere. Ma dietro quella precisione ribolliva un immaginario inquieto, popolato da castelli che scricchiolano nelle notti di tempesta, città scheletro che sanguinano come ferite, mostri che abitano la parte più fragile e più vera di noi. Un mondo trova forma in questa sua prima mostra personale, “Incubi & Dintorni” (che sarà allestita in ottobre 2026 a Domodossola): un teatro dell’ombra dove la paura diventa gioco, ironia, racconto; e dove i “dintorni” – ritratti, affetti, animali, scorci ossolani – funzionano come tregua, balsamo, camera d’aria dopo la discesa negli abissi.
Mi accoglie nel suo studio con un sorriso timido, niente affatto demoniaco. Massimo Cerutti è nato a Premosello Chiovenda nel 1959, si è diplomato all’ITIS di Domodossola e ha lavorato tutta la vita come geometra in un importante studio tecnico. A trentadue anni si è trasferito a Domodossola, dove vive tuttora.
Gli chiedo da dove comincia tutto. «Dal disegno, sempre. Prima ancora della pittura, prima dei corsi, prima del tecnigrafo. Da ragazzo divoravo fumetti, li copiavo, inventavo vignette umoristiche. Era un gioco, ma anche un modo per capire come funzionava il mondo».
Poi la vita lo porta altrove: il lavoro, le misure, le linee dritte. «Il tecnigrafo è stato una scuola severa. Mi ha insegnato la disciplina dello sguardo. E anche se oggi disegno mostri, castelli e città orribili, quella precisione è rimasta: è un’ossatura invisibile».
Quando hai iniziato a pensare al disegno come arte? «Più tardi. Sono sempre stato un autodidatta, poi ho sentito il bisogno di confrontarmi. Ho frequentato i corsi di Christiaan Veldman a Vogogna nei primi anni Novanta, poi quelli di Alessandro Giozza a Masera agli inizi del 2000. Dal 2023 studio acquerello con Tiziana Bossone. Ogni maestro mi ha lasciato qualcosa: un metodo, un colore, un modo di guardare».
Il suo percorso espositivo è fatto di passi costanti: l’iscrizione all’associazione Quantarte, nei primi anni Duemila, partecipando a numerose collettive; il secondo premio al concorso “AdaCon” intitolato a Rino Stringara (2024); le mostre degli allievi AdaCon al Teatro La Fabbrica di Villadossola (2024 e 2025); “D come Domodossola” all’Atelier Carlo Bossone (2024); il concorso en plein air “Domobianca si colora” (2024), la collettiva “Carlo Bossone – uno stile… una scuola” (2024). «Sono stati tutti momenti che mi hanno dato fiducia e mi hanno spinto a mettermi in gioco».
Ma questa è la prima personale. «È diverso. Qui porto tutto il mio mondo, non solo uno o due lavori. “Incubi & Dintorni” racconta bene il mio immaginario: da una parte ciò che mi affascina e mi inquieta, dall’altra ciò che mi calma e mi riporta alla realtà».
Gli “incubi” nascono dall’infanzia, dai film, dai racconti, dai fumetti. «L’horror ha una forza magnetica: ti spaventa ma non riesci a distogliere lo sguardo. È come giocare a scacchi con la Morte: sai che perderai, ma vuoi vedere come va a finire. I miei incubi sono popolati da Licantropi, Vampiri, figure mostruose, castelli inquietanti, città distopiche. E c’è sempre un po’ di ironia: l’orrore, se lo guardi bene, fa anche sorridere».
La partita a scacchi con la Morte è uno dei temi più forti della mostra. «È nata da un incubo ricorrente: giocare sapendo che ogni mossa sbagliata costa una vita cara. È una metafora della perdita, ma anche un gioco. L’arte serve a esorcizzare. Gli incubi affascinano, inquietano, ma suscitano anche una curiosità morbosa: come nei film dell’orrore, per quanto terrorizzati non si riesce a smettere di guardare».
Accanto agli incubi, i “dintorni”: la parte luminosa. «La vita non è solo ombra. Non potevo lasciare il pubblico negli incubi», ride. «I dintorni sono ritratti, galline, motociclette, scorci paesaggistici, persone che guardano il mare o un tramonto. Sono immagini affettuose che alleggeriscono, riportano equilibrio. Dopo l’oscurità, serve una boccata d’aria».
Le tecniche variano: matite, pastelli, chine, acquerelli. «La tecnica dipende dal soggetto: per gli incubi uso spesso china o matita, più drammatiche; per i dintorni preferisco l’acquerello, che ha una leggerezza che si sposa con i temi sereni. Il disegno tecnico mi ha insegnato la precisione, l’arte la libertà».
A quali opere sei più legato? «Forse alla partita a scacchi con la Morte: racchiude tutto. E al ritratto di mia moglie, che appartiene ai dintorni e rappresenta l’altra metà del mio mondo».
Che cosa speri che il pubblico porti a casa? «Che si diverta, che si lasci inquietare senza spaventarsi troppo, che sorrida. Gli incubi sono universali, i dintorni pure. L’arte serve anche a prenderci un po’ meno sul serio».
Tutte le opere esposte, dice, sono ispirate a racconti, libri, film: personaggi mostruosi, luoghi dannati, futuri distopici e nefasti. «Meno male che oltre agli incubi ci sono i “dintorni”, che alleviano e stemperano l’orrore».
E ora? «Continuare a studiare, a disegnare, a sperimentare. Non ho fretta: il mio percorso è sempre stato lento, e va bene così».
Sorride. In quel sorriso c’è tutto: l’ironia, la timidezza, la precisione del geometra e la fantasia del disegnatore.

Lascio per un momento i “dintorni”, belli e pacificati, e mi addentro negli “incubi”.
Torri gotiche aguzze, vampiresche, che bucano cieli d’inchiostro; muri neri di china, pietre segnate dal tratto; creature draculiane, figure mostruose dove l’orrore diventa teatro. Silhouette che occupano più spazio delle figure; paesaggi in cui i morti sembrano graffiare la superficie della terra. Fate demoniache che volano come anatomie dell’anima. Volti non umani che sghignazzano: ‘il sonno della ragione che genera mostri’.
E poi corpi consumati in un abbraccio, mani che affondano cercando una presa nella carne che non c’è più: un noi ridotto all’osso, come se gli amanti di Rodin si fossero scheletriti dalla fame, senz’amore, senza eros, solo sussistenza. I mostri non sono fuori: sono dentro, e ballano, giocano, abbracciano, guardano. Dipinti come se Goya avesse incontrato Poe e avesse deciso di usare l’acquerello.

Giuseppe Possa

(Giuseppe Possa in un dipinto del pittore Massimo Cerutti)